La fluida complessità nella quale tutti noi siamo immersi rappresenta l’inarrestabile moltiplicarsi delle possibilità: per il soggetto una eccezionale condizione di potere, possibile fonte di disagio in assenza di cura e consapevolezza.
Incerti e insicuri, poiché avvolti da cose e avvenimenti presenti allo stato liquido, siamo immersi in un flusso travolgente che ci porta alla continua perdita di ciò che abbiamo tra le mani, così le nostre mani sono perennemente mosse dal tentativo di dover afferrare qualche cosa qualche cosa a cui ancorarci, qualche cosa da tatuare in modo indelebile sulla pelle.
In questo contesto fluido, effervescente, forse schiumoso, la valenza preventiva dell’educazione, che possiamo continuare a definire “sentimentale”, ci pone, con forza, il tema delle reazioni alla perdita e della dimensione del potere – poter avere, poter essere, poter fare – a fronte della mancanza data dalla permanente esperienza di distacco.
La nostra condizione di benessere dipende sempre più dalla capacità soggettiva di tollerare la perdita e dalla capacità di utilizzare al meglio la nuova mancanza: siamo sempre più chiamati allo sviluppo della nostra soggettiva “capacità negativa”, la capacità che ci permette di stare nel tempo dell’incertezza. Allenare la nostra capacità negativa significa rinforzare la facoltà oscillatoria del pensare, ovvero alimentare il coraggio di lasciare andare ciò che è realisticamente superato. Abitare un quadro evanescente come una bolla e connettivo come un tessuto, caratterizzato da incessanti mutamenti e da commisurate possibilità, può comportare, come risposta paradossale, il rischio di ancorarsi nella fissazione, deter- minando il blocco della naturale propensione oscillatoria del nostro pensiero che si alimenta di domande, sospensioni e passaggi.
La nostra capacità progettuale, così come la valorizzazione del ricordo, hanno dovuto riformularsi radicalmente nel corso di pochissimi anni, siamo infatti giunti alla straordinaria compressione delle coordinate spazio/tempo che la storia ci ha lasciato in eredità.
Meccanicamente, per paradosso intrinseco al regno del digitale, il nostro pensiero, spesso disorientato e distratto, tende a ricercare rifugio nell’automatismo della semplificazione e si arrocca sulla polarizzazione del punto di vista.. Quando siamo chiamati al mutamento siamo consapevoli di dover perdere ciò che c’era, questa consapevolezza facilmente scatena il nostro sentimento di insicurezza e ci spinge ad annodarci al noto, una forma estrema di resistenza al cambiamento, esattamente come accade con i cosiddetti legami di dipendenza patologica.
Le forme del dipendere, in un mondo di bolle, si moltiplicano e divengono sempre più irrilevanti rispetto all’oggetto, il forte legame di dipendenza viene vissuto come una forma di rassicurazione, una sorta di salvagente rispetto alla vorticosa fluidità dei contesti e dei paesaggi, rispetto all’impeto delle correnti della tecnica, alla potenza delle onde anomale dell’imponderabile che si prospetta: il legame di dipendenza rappresenta sempre meno una forma di evasione dallo stato attuale delle cose, sempre più una forma di cieca resistenza.
Probabilmente, in questo contesto di fluida complessità, l’educazione sentimentale e l’allenamento della capacità negativa possono essere un’efficace fuga verso l’indipendenza e il benessere.
IL GIOCO PER POTER VEDERE E POTER SENTIRE
Alla base dei 6 giochi che compongono la collezione degli Awareness Toys ci sono 6 pensieri:
Il gioco per poter Vedere e poter Sentire
- L’oscillazione, come l’instabilità del piano di realtà > Il Piano Oscillante
- La cornice, come contenitore e la possibilità di ri-composizione > Lo Specchio con cornice
- l’equilibrio, come capacità di aggiustamento > L’Equilibrio Dinamico
- la mancanza, come spazio aperto all’accoglienza del nuovo > Lo Smile a pezzi
- le emozioni, da riconoscere come valore per favorire il moto d’animo > La Collana Emozionale
- la complessità, da attraversare come esercizio di pensiero > Il Labirinto Alterato
C’è un’antica tradizione che riduce il fare buona educazione alla convenienza del bene-dire con un buon consiglio, scordando così che la buona educazione invoca, in ogni caso, la trasformazione e non certo può anelare alla conformità, sempre prossima al conformismo.
Quindi si tratta di nuovi giochi animati dalla speranza di allenare il pensiero all’attualità, cioè al tema dell’incertezza e della perdita permanente, che possono inseguire la saggezza popolare, riprendere forme arcaiche come il labirinto, il luogo dove ci si sente intrappolati ed è necessario trovare la difficile via di uscita, o rivedere i preistorici giochi estetici come la collana, l’oggetto composto infilando in sequenza un pezzo dopo l’altro ricercando l’armonia con quello che c’è.
Si può ri-utilizzare l’icona, ormai classica, dello Smile, immagine in cui è facile identificarsi poiché diffusa ovunque come forma immediata di comunicazione. Questo può accadere quando la cosa scontata può essere vissuta nella semplicità di una esperienza ludica, dove si esplora grazie al richiamo di un eco che si accorda con la memoria emotiva.
LA SENSIBILITA’ MESSA IN GIOCO
C’è del vuoto, quindi c’è margine di azione. C’è del vuoto interposto tra l’emozione e l’azione, tra la scelta e la rinuncia, tra il poter vedere e il saper guardare, ovvero tra censura e incapacità.
L’esperienza della perdita genera il dolore da cui sfuggire: ecco il bisogno immediato di riempimento/sostituzione.
A volte l’insicurezza ci può ricondurre al pensiero magico, alla ritualità compulsiva. A volte ci apre alla sorpresa e poi alla gioia.
La valenza preventiva, in una prospettiva generativa, è data dalla possibilità di mettere in gioco atteggiamenti mentali probabilmente inusuali, in particolare nella messa a fuoco dell’opportunità celata dall’ombra della consuetudine. Può essere veramente preventivo poter vedere il volto che c’è sull’altra faccia della stessa medaglia, il modo con cui rivediamo il significato e il valore degli accadimenti.
Il gioco, in questo caso, è visto come palestra della mente per allenarsi nell’utilizzo di ciò che c’è, insicurezza e paura compresa: un gioco per scoprire nell’insicurezza il nostro potere di accedere al nuovo.
Abbiamo costruito strumenti di gioco per contesti educativi dove l’intenzionalità può essere esplicitata, poiché il giocattolo è un vero e proprio mediatore concettuale: un gioco che non necessita di manuali d’uso ma di spazi per la riflessione.
Il gioco è una esperienza debole, per certi aspetti possiamo considerarla un’esperienza liquida, ma certamente significativa, data la sua capacità di modellare la mente; la sua forza non è nella giusta comprensione delle regole di gioco ma è rintracciabile nella caratteristica del semivuoto che ci permette di fantasticare, immaginare, creare, in una parola ci permette di osare.
Allenare la capacità di stare in relazione è una competenza che, nell’epoca della connessione, ha una certa urgenza: risulta quindi interessante costruire regole di gioco per l’altro, inventare per il compagno di gioco, regolare l’altro in funzione del risultato che si vuole ottenere, persino creare difficoltà all’altro, dare e darsi regole per stare in gioco.
Attraverso il gioco pedagogico, oltre alla creazione di opportunità con le quali esprimere emozioni e sentimenti, è sempre importante mettere i fruitori del gioco nella condizione di sviluppare una capacità di pensiero logico che si articola su tre assi:
regola, caso, risultato.
“Il filosofo statunitense Charles Sanders Peirce, nella sua concezione della logica della scoperta scientifica, ha esteso il significato dell’abduzione considerandola “il primo passo del ragionamento scientifico” in cui viene stabilita un’ipotesi per spiegare alcuni fatti empirici. Peirce teorizzava che il pensiero umano ha tre possibilità di creare inferenze, ovvero tre modi diversi di ragionamento. Questi tre modi sono abduzione, induzione e deduzione.” [Wikipedia]
Nell’abduzione il soggetto, osservando il risultato e attraverso l’utilizzo di una regola, può formulare nuove ipotesi che, pur essendo nell’ordine del caso, aprono alla creatività e alla scoperta.
• Risultato – “Questi fagioli sono bianchi”
• Regola – “Tutti i fagioli di questo sacchetto sono bianchi” • Caso – “Questi fagioli vengono da questo sacchetto”
L’abduzione, secondo Peirce, è l’unica forma di ragionamento suscettibile di accrescere il nostro sapere, ovvero permette di ipotizzare nuove idee, di indovinare, di prevedere. In realtà tutte e tre le inferenze individuate permettono un accrescimento della conoscenza, in or- dine e misura differente, ma solo l’abduzione è totalmente dedicata a questo accrescimento. È altresì vero che l’abduzione è il modo inferenziale maggiormente soggetto a rischio di errore. L’abduzione, come l’induzione, non contiene in sé la sua validità logica e deve essere confermata per via empirica. La conferma non potrà mai essere assoluta, bensì solo in termini di probabilità: potremo dire di avere svolto un’abduzione corretta se la Regola che abbiamo scelto per spiegare il nostro risultato riceve tali e tante conferme che la probabilità che sia quella giusta equivalga ad una ragionevole certezza e se non vi sono altre regole che spiegano altrettanto bene i fatti osservati.
EDUCAZIONE PERMANENTE
L’educazione, rivolta al soggetto in costante divenire, è un processo che non può che essere permanente.
Il gioco per l’adulto normalmente è agonistico e, nella sua matura sportività, fortemente combattivo, poiché, si sa, l’adulto non può perdere.
Il gioco per il bambino contempla più facilmente la dimensione della scoperta, anima la meraviglia e accompagna l’esplorazione, il suo utilizzo non è necessariamente finalizzato al raggiungimento del risultato atteso.
Il gioco è una vera palestra e ha sempre la potenza di informare, con i suoi contenuti, la mente del giocatore, ha la capacità di costruire atteggiamenti mentali, di favorire l’elaborazione di schemi e risposte soggettive che, in tempi differiti, potranno essere sollecitati dalla realtà.
Il giocattolo può essere accogliente, come una scatola vuota, e irresistibilmente stimolante, come tutte le cose che offrono bellezza: accoglie le nostre spinte emotive e ci spinge verso la libera espressione poiché ha in sé un alto potenziale artistico, una forza meravigliosa che anima l’immaginario e la capacità soggettiva del “fare finta che”.
EDUCAZIONE SENTIMENTALE
L’equilibrio, spesso inteso come sinonimo di salute, è una dinamica costruita sulla capacità di oscillazione.
Essere sani significa potere liberare i sentimenti di fronte alle possibilità che realisticamente abbiamo a disposizione, informare il dovere con il desiderio, infine potere scegliere, poiché la salute “non è la semplice assenza di malattia”.
La volontà di promuovere la salute implica il riconoscimento dell’importanza dell’educazione sentimentale: riconoscere e gestire le emozioni non è solo una questione di buona educazione, è una condizione necessaria per potere stare bene.
PERDITA COME PUNTO DI VISTA
Accade sempre più spesso che il soggetto, frastornato dalle linee sfuocate di una realtà che corre velocissima, si ritrova bloccato, annodato su sé stesso, oppure spinto da movimenti regressivi che lo riportano tra i nodi affettivi dell’infanzia.
La messa a fuoco del nostro sguardo assume il valore di un riordino, una sistemazione grazie alla quale il pensiero si può riaprire alla possibilità di sentire le emozioni, quindi di riavere la facoltà di scegliere e agire.
DIPENDENZA EVOLUTIVA
Le nostre scelte dipendono sempre, anche quando sono libere. Ci sono alcune domande, relative alle dipendenze, che tutti noi dovremmo porci ad ogni tagliando che sostanzia le nostre revisioni periodiche: quali sono i legami di dipendenza che mi fanno stare bene? Quali mi fanno stare male? Quali sono i comportamenti che mi legano, nella forma della inseparabilità, a qualche cosa di minaccioso e disfunzionale?
I legami di dipendenza possono condizionare molto le nostre vite, ma solitamente sono poco considerati. Visti spesso come un vero e proprio tabù, sono trattati quasi esclusivamente per le loro implicazioni nell’ambito delle dipendenze patologiche, in modo particolare rispetto agli stupefacenti e al gioco d’azzardo. Quanti comportamenti compulsivi, cioè quanti automatismi fuori controllo, scandiscono il tempo delle nostre normali giornate?
DIPENDENZA PATOLOGICA O REGRESSIVA
La dipendenza, quella che intossica gli affetti, è una fissazione mentale che non ci lascia andare e ci tiene rigidamente ancorati alla ripetizione dell’uguale. Ci sono situazioni in cui la dipendenza diviene l’unica stupefacente lente attraverso la quale guardare il mondo, ci sono situazioni in cui la dipendenza esclusiva diviene il vaccino immaginario contro la perdita: allora c’è il drogato.
La dipendenza, quella che fa male, è una forma di dedizione assoluta ad un qualche cosa eletto al ruolo di insostituibile, in un certo senso la costituzione di un peso affettivo, certo e rassicurante, che tiene ferma la nostra incerta navigazione.
La dipendenza patologica è vissuta dal soggetto come una sconvolgente colla, il modo magico per ricomporsi, il disperato tentativo di tenersi insieme quando l’immagine di sé si ritrova di fronte a uno specchio infranto.
DIPENDENZE SALVIFICHE E DIPENDENZE DISPERATE
Affinché le parole siano comprese è bene dare loro un corpo. Il grande problema per noi, che così facilmente ci sentiamo fuori posto, non è nella verità che sentenzia “nulla è x sempre”, il nostro grande problema è nel nodo immaginario che fissa lo sguardo, che ci paralizza su ciò che si è fatto assente, è nel non riuscire a vedere “che cosa c è”: per noi il problema più inquietante non è l’assenza, bensì la perdita.
Persi davanti al problema, disorientati dalla vista annebbiata e da uno sguardo ingessato, ci lasciamo tormentare dal nostro stesso lamento, ci avvinghiamo, in cerca di sicurezza, ai legami di dipendenza che sono forti, ci annodiamo intorno alla fissazione. È preventivo, per il nostro pensare, potere fare esperienza, potere mettere mano ai concetti e sciogliere il nodo che blocca quello che la nostra mente immagina.




